E ho anche smesso di fumare. Può capirmi chi ha sempre trovato nel tabacco una panacea per molti mali. Sopportare certe cose senza sigarette, a ventinove anni, dopo una carriera di fumatore agonistico durata quindici e bruscamente interrotta, è quantomeno un'impresa.
Sopportare un lavoro meraviglioso cominciato da appena un mese e mezzo, uno stipendio niente male, uno specchio sempre più gentile e lusinghiero, un cuore che batte regolarmente e a un ritmo pure sostenuto, fastweb 24h su 24 e un dentista che era mia compagno di liceo, sopportare tutto questo è impossibile, con Valeria seduta, 8 ore su 8, davanti a me.
Tra la mia e la sua scrivania, tra i due bordi estremi, ci sono due metri e ventidue centimetri. Li ho misurati. Sono troppi. Potrei, ogni mattina, spostare la mia scrivania verso la sua di un millimetro; una stategia di avvicinamento impercettibile, che mi porterebbe all'unione dei due continenti in 2220 giorni lavorativi.
Sono troppi.
Il fumo, un tempo, avrebbe cancellato queste distanze creando l'illusione di un ponte candido, o di un muro di nebbia che me l'avrebbe nascosta alla vista, o, nella migliore delle ipotesi, di un lenzuolo vergognosamente finto su cui distenderla.
Non sono in me. Ho provato a spiegare quanto con 196 parole.
Sono troppo poche.